di Elisabetta Iannelli
Segretario generale Favo

Fonte: Il Sole 24Ore Sanità del 07/12/2010

Nel 1° Rapporto sulle disparità nell’accesso dei malati oncologici ai trattamenti terapeutici e assistenziali, presentato in occasione della Giornata nazionale del malato oncologico a maggio del 2009, per la prima volta è stata documentata, con la collaborazione dell’Associazione italiana di Oncologia medica (Aiom), la difformità di comportamento delle Regioni nella messa a disposizione dei farmaci biologici innovativi per il trattamento delle patologie oncologiche.

La situazione ben conosciuta dai malati, che subivano in prima persona tale disparità di trattamento, e nota alle Associazioni di volontariato e ai medici oncologi non era mai emersa come problematica generale a livello nazionale. Nel maggio 2009, in occasione della presentazione del 1° Rapporto sulle disparità di trattamento dei malati oncologici, il ministro Fazio aveva fatto propria la denuncia della Favo, dichiarando di voler sollecitare la Conferenza Stato-Regioni a “ribaltare le procedure” seguite fino ad allora, in modo che all’approvazione da parte dell’Aifa il farmaco fosse immediatamente disponibile per i malati in tutto il territorio nazionale.

Il 2° Rapporto, sempre realizzato dalla Favo in collaborazione con Censis, Aiom, Airo, Inps e ministero della Salute e presentato alle istituzioni e alla stampa nel maggio 2010 in occasione della VGiornata nazionale del malato oncologico, ha confermato questa difformità documentandola con rigore scientifico. Infatti, nonostante i “tempi mediani” di ritardo tra l’approvazione dell’Aifa e l’inserimento nei Prontuari regionali potessero sembrare contenuti in pochi mesi, in realtà, osservando i valori massimi di tale intervallo di tempo, venivano rilevate variazioni consistenti rispetto alla mediana (a esempio 50,5 mesi per il Cetuximab; 45,4 mesi per l’Ibritumomab; 36,3 mesi per il Sorafenib).

In altre parole, il risultato era che in alcune Regioni i malati per poter essere curati con alcuni farmaci dovevano aspettare mesi o addirittura anni con evidenti quanto gravi danni per la salute spesso irreparabili. Le ragioni di tali inaccettabili ritardi non potevano certamente essere di natura scientifica poiché l’efficacia dei farmaci è già accertata in sede europea dall’Ema e in Italia dall’Aifa. Pertanto si poteva supporre che il ritardo fosse dovuto a lungaggini burocratiche poiché tra l’autorizzazione a livello nazionale Aifa e la possibilità per il medico ospedaliero di utilizzare un farmaco, si frapponevano commissioni territoriali e locali di vario livello, che presiedevano ad altrettanti prontuari, con potere di filtro o di blocco per l’area di loro competenza.

Tuttavia, nonostante l’interessamento da parte del ministro Fazio, che a maggio 2010 aveva ribadito l’impegno preso l’anno prima, la Conferenza Stato- Regioni, a distanza di un anno, non aveva ancora ritenuto di esaminare la proposta. La Favo, quindi, nell’ottobre 2010 aveva deliberato di percorrere la via legislativa predisponendo un emendamento ad hoc da inserire nel cosiddetto decreto “milleproroghe”. La proposta di emendamento e la relativa relazione tecnica sono state presentate alla stampa in occasione del Congresso dell’Aiom a Roma e inviate alle istituzioni competenti in sede parlamentare e governativa.

L’iniziativa di Favo portata avanti con forza e martellante determinazione dal presidente Francesco De Lorenzo, ha prodotto un risultato eclatante, la decisione del 18 novembre 2010 deliberata della Conferenza Stato-Regioni di rendere immediatamente disponibile a tutti i malati i nuovi farmaci salvavita. Con l’accordo della Conferenza sarà superata l’inaccettabile sperequazione tra malati oncologici residenti in Regioni diverse che vedeva la disponibilità automatica di questi farmaci solo per il 30% di loro.

Con questa delibera i malati di cancro, grazie a Favo, sono ora tutti uguali, ovunque risiedano e avranno le stesse opportunità di cura. La Favo continuerà a monitorare la situazione con l’auspicio che l’applicazione del nuovo regime elimini anche le difformità già esistenti, al fine di evitare che le Regioni oggi ritardatarie su alcuni farmaci continuino a esserlo (un farmaco potrebbe non essere considerato innovativo in quanto già in uso da tempo ma solo in alcune Regioni).

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